Bologna, 18 luglio 2021, ore 11: La Chiusa e i suoi misteri. Apertura, in esclusiva, della più antica opera di meccanica idraulica del mondo, ancora oggi utilizzata…

chiusa_casalecchioLa visita vi darà la possibilità di esplorare un sito normalmente non accessibile al pubblico, la cui storia attraversa i secoli…

Quando parliamo della Chiusa di Casalecchio di Reno, non stiamo parlando di una normale opera di ingegneria idraulica, come ne possiamo trovare tante nel nostro paese, ma della più antica opera di meccanica idraulica del mondo, ancora oggi utilizzata in maniera continua ed ininterrotta…

La Chiusa di Casalecchio è uno sbarramento artificiale realizzato a metà del XIV secolo lungo il corso del fiume Reno che consente di derivare una parte delle acque del fiume per sfruttarle artificialmente attraverso un canale eponimo (il canale di Reno), il quale ha contribuito in larga parte alle fortune economiche e alla difesa idraulica della città di Bologna dal medioevo fino ai giorni nostri.

Nell’antichità questo sbarramento e deviazione del fiume Reno fece le fortune della città di Bologna prima e dell’agricoltura poi, fornendo alla città e alla campagna sia una inesauribile fonte energetica, sia  una buona quantità d’acqua per l’irrigazione dei campi. Ma facciamo un passo indietro. La Chiusa di Casalecchio di Reno anticamente aveva una doppia funzione, serviva infatti sia come regolazione delle bizzarre e capricciose acque del fiume, spesso soggetto a piene improvvise e repentine secche, sia come opera idraulica che piegava il corso d’acqua agli usi della città di Bologna. Un canale infatti deviava parte della portata del Reno nella città felsinea che tra salti d’acqua, porti e canalizzazioni, era riuscita nel tempo a sfruttare la forza dell’acqua per azionare i marchingegni e gli argani idraulici degli opifici cittadini. A cavallo del Medioevo, quindi, Bologna poteva assomigliare ad una piccola Venezia, piena di canalizzazioni (pare fossero circa 86) che riuscivano a portare l’acqua del canale proveniente dal Reno in molte delle vie cittadine. Le prime testimonianze della realizzazione dell’opera sono datate intorno all’anno Mille. A quel tempo Bologna già sfruttava in parte l’acqua proveniente da alcuni rii cittadini, ma i commerci e la navigazione avevano bisogno per svilupparsi di un flusso d’acqua  costante, che fosse in grado con la sua portata di azionare i pesanti argani e mulini delle industrie cittadine. Fu così deciso di intraprendere questa imponente opera di deviazione del fiume attraverso un minuzioso piano di organizzazione delle risorse idriche che farebbe invidia ancora oggi per la precisione e dovizia con cui venivano sfruttate le preziose acque del Reno.

Nel tempo i canali bolognesi e la Chiusa di Casalecchio vennero spesso ristrutturati e ammodernati, o semplicemente riparati a causa di qualche piena del fiume, tanto che oggi si può affermare che il sistema idraulico bolognese è stato un millenario “lavori in corso” in cui l’uomo e la natura si sono fronteggiati in una lotta acerrima: l’uomo cercando di “educare” ai propri scopi la forza del fiume, mentre la Natura riprendendosi, ogni volta che poteva, il terreno sottrattole.
Nel tempo quindi questa imponente opera di ingegneria si è arricchita e migliorata, ha subito danni e distruzioni catastrofiche, ma non ha mai smesso di essere quella cerniera che ha sempre collegato la città di Bologna all’ambiente circostante, rendendola dipendente da questo.

Oggi la chiusa è visitabile ed è inserita all’interno di un area naturale molto vasta, tanto che molti abitanti della zona la sfruttano d’estate come luogo di relax, di pesca o per qualche bagno refrigerante. A dire il vero i popolani locali hanno sempre avuto l’abitudine di nuotare sia nel Reno, che nei canali bolognesi, cosa che ha suscitato spesso le ire delle autorità cittadine per lo scarso rispetto dei costumi morali della popolazione.

Per questa sua estrema importanza nel sistema economico della zona sulla Chiusa del Reno sono cresciuti miti e leggende, come il mito di un fantasma di colore rosso che si aggirerebbe tra i ballatoi durante la notte o come la leggenda di un tesoro nascosto in uno degli innumerevoli e millenari interventi di riparazione. In un epoca in cui non esistevano le energie fossili, la Chiusa sul Reno di Casalecchio, quindi, fu e rimane tutt’ora uno strumento di produzione energetica e uno strumento cui l’antica cittadinanza della zona intese il suo rapporto con il territorio, un mezzo per uno sviluppo economico più celere e una importante opera di regolazione dell’igiene pubblica. Visitare la chiusa oggi è allora un modo per apprezzare l’ingegneria umana, ma soprattutto è un modo per affrontare, valutare e riflettere sul rapporto tra l’uomo, l’ambiente e sulla cura e manutenzione di questo, come unico mezzo per controllare le forze naturali e piegarle al servizio umano nel modo più armonioso e sostenibile possibile.

20170301_155330La Chiusa e le opere idrauliche ad essa collegate sono espressione di una tecnologia paleoindustriale di grande impatto monumentale e paesaggistico e vanno considerate come uno dei siti di “archeologia delle acque” più interessanti e significativi d’Europa. Nel 2000 il sito ha ottenuto il riconoscimento UNESCO di “Patrimonio messaggero di una cultura di pace a favore dei giovani”. La visita vi darà la possibilità di esplorare un sito storico-tecnico normalmente non accessibile al pubblico, la cui storia attraversa i secoli dal Duecento fino ad oggi. Sospesi tra il fiume e il canale e circondati dal paesaggio del Parco della Chiusa, percorrerete il camminamento costruito nel XVI secolo, il cui progetto è stato attribuito Copertina_Foto di Paolo Cortesi 3al genio di Jacopo Barozzi, detto il Vignola, forse l’architetto più noto e più rappresentativo del tardo Rinascimento.  Ammirerete la monumentale opera idraulica, il cui scivolo è lungo m 160 e largo m 35, con un dislivello di m 8, e scoprirete l’importanza funzionale ancora attuale della Chiusa, le cui conservazione e manutenzione sono curate dall’antico Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno.

Il sito è un luogo d’interesse storico, tecnico e paesaggistico, riuniti in un’unica passeggiata guidata da personale del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno.

Abbigliamento consigliato: scarpe basse, no tacchi – no infradito. I minori devono essere accompagnati.

Foto gentilmente concesse da: Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno.


L’evento, che si terrà domenica, 18 luglio 2021 (con punto di ritrovo presso il cancello della Chiusa di Casalecchio, via Porrettana n. 187, Casalecchio di Reno – BO), partirà alle ore 11, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà verso le ore 12:15. 

Costo della sola visita guidata (che comprende: ingresso esclusivo alla Chiusa e guida turistica):  25,00.
I bambini, sotto i 6 anni di età e i portatori di disabilità, non pagano la visita guidata. I ragazzi, dai 7 ai 18 anni, gli over 60, usufruiscono di uno sconto di € 2,00 sul costo del tour.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni logistiche e amministrative, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito, oppure, bonifico bancario.

In caso di maltempo, la visita guidata si effettuerà ugualmente.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.


Buon divertimento con le visite guidate di “I love Emilia Romagna”…

Bologna, 17 luglio 2021, ore 19:30: Demoni, streghe e vampiri, i luoghi magici di Bologna…

Demoni, streghe e vampiri, un viaggio nella magia di Bologna…

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Dalle leggende più oscure ai fatti storici più inquietanti, Bologna si svela città dai segreti risvolti, culla di personaggi eccentrici che, spesso, furono colpevolizzati senza avere fatto un reale torto a nessuno. E la stregoneria fu la loro colpa!

 

Le pratiche collegate a questa materia, prevedevano tante forme di magia. Ad esempio quella d’amore, che da dolce e insostituibile sentimento si trasforma nei processi ”ad amorem” di cui furono protagoniste soprattutto le prostitute.

Poi, la magia connessa alle vincite al gioco e il ritrovamento di tesori scomparsi.

Poi, l’uso di oggetti sacri, come acqua benedetta, altare, ostie consacrate e calici.

Molti ministri della Chiesa fecero parte integrante di questo ciclo di avvenimenti, ai confini dell’ortodossia.

Erbe e occulte pozioni si intrecciano a storie di potere e di forza, insieme a mostri e vampiri che condividono con le maghe il bisogno assoluto di sangue.

Siete dunque pronti per partire per questo itinerario, stregato?

Cranio rinvenuto nella cripta della basilica di S. Pietro, a Bologna. VIII-X secPrima tappa: IL VAMPIRISMO (i revenant bolognesi, ritrovati in un famoso luogo del centro cittadino, che vi sveleremo)…
Nel pensiero di ognuno di noi è Dracula il vampiro per antonomasia. E forse qualcuno che lavorò a Bologna potrebbe averlo davvero incontrato! Di sicuro, ha conosciuto il personaggio storico che ispirò il romanziere inglese. Stiamo parlando di Galeotto Marzio, che ricoprì la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l’università di Bologna dal 1462 al 1477.
Personaggio eclettico, si direzionò verso studi di filologia, medicina, chiromanzia e astrologia.
La sua opera, gli valse un’accusa dal tribunale dell’Inquisizione e fu messo, per questo, alla berlina in pubblica piazza. Il suo libro fu anche bruciato. Galeotto, frequentò un’associazione di Budapest in cui si disquisiva di pura alchimia. In questo contesto, si cita la presenza di un certo “Vlad III di Valacchia, il Dracul”.
Anche Vasques d’Ayola, studente spagnolo in città, si occupò di non-morti, di vampiri di Bologna e scrisse, ispirato dagli studi di Galeotto, un racconto-ricerca sui Revenant, i redivivi. Scrisse di sepolture strane, di corpi scarnati e carichi di catene. I Revenant, così vengono soprannominati i redivivi, vengono descritti come persone border-line, che in vita hanno dovuto fare i conti con una vita disagiata, spesso, vissuta ai margini della società e che si sono dedicati alla delinquenza e, soprattutto, al maligno. Utilizzavano le arti nere per il loro potere terreno (a volte, riesumato il corpo sospettato di malvagità notturna e notati i caratteristici segnali di sicura non-morte – elasticità del corpo, bocca aperta mostrante i denti, oppure, un ventre particolarmente rigonfio di sangue), quindi, alla loro morte, il corpo veniva riesumato, legato, gli veniva estratto il cuore, veniva percosso con chiodi e spine e, tra le soluzioni più frequenti, vi era quella di conficcare lunghi chiodi benedetti nella testa del defunto, per fissare il suo luogo a terra e impedirgli il ritorno. Spesso, alle persone sospettate di potersi trasformare in vampiri, si amputavano gli arti.

Piazza_San_Domenico_-_BolognaSeconda tappa: LA CACCIA ALLE STREGHE…
C’erano potenti pozioni, malefiche o d’amore. Potevano aumentare il desiderio e favorire la fedeltà. Oppure, condurre la persona alla pazzia. Potevano donare potenza virile all’uomo e facoltà feconda alla donna. La Mandragora divenne il simbolo delle arti occulte delle streghe. Uno dei più potenti unguenti. Come si sa, la stessa contiene diverse sostanze tossiche che possono portare allucinazioni, che le antiche popolazioni consideravano visioni magiche, quindi, anche per questo motivo era considerata favorevole alla magia nera. Le origini della strega sono ascrivibili al complesso sistema di riti e miti antichi, come il sabba, ad esempio, che sarebbe un’antica cerimonia sciamanica, i cui attributi principali reggerebbero il mondo dell’occulto. Oppure, lo stato di trance e le trasformazioni in altri stadi, sarebbe provocata da erbe e funghi velenosi, sinonimo di magia nera, quindi, di arte del demonio.
Il termine “strega” potrebbe significare “strige, uccello notturno”, animale ritenuto in grado di succhiare il sangue dei bambini nella culla e di avvelenarli.
A volte, per indicare queste donne, si utilizzava la parola “lamia”, evocando un demonio femminile crudele. Oppure, “masca”, anima di morto.
Fino all’anno mille l’immagine della strega e dello stregone sembrano aver rivestito un ruolo marginale all’interno del sistema sociale.
Erano condannate dalla Chiesa le pratiche magiche, ma, allo stesso tempo, erano tollerate, in quanto l’istituzione religiosa doveva cercare di sconfiggere le pratiche pagane ancora molto diffuse e le insorgenti eresie, poiché solo Dio avrebbe dovuto avere il potere sugli elementi e le streghe, ovviamente, erano considerate pericolose in quanto seguaci di culti pagani, di derivazione assolutamente satanica.
A Bologna, Dina di Castagnolo fu portata al rogo nel 1357 a causa della sua abitudine di praticare la magia nera per indurre a rapporti carnali con l’uso di bamboline di cera, scongiuri e formule magiche e servendosi di piante velenose che dava, successivamente, da mangiare ai clienti, ai quali indicava di praticare riti e formule magiche precise, per far cadere nella rete carnale la vittima.
Una certa Caterina fu accusata di praticare riti di magia nera nei confronti del marito per togliergli la volontà psichica e incontrare, all’interno della sua abitazione, l’amante di Milano. Addirittura, la stessa aveva confessato di aver tagliato in due parti un colombo ancora vivo e di avergli strappato il cuore con i denti e tutto perché era insoddisfatta della sua condizione famigliare. Caterina utilizzava, per far addormentare il marito, l’oppio ricavato dal papavero, che una volta veniva utilizzato anche nelle minestre dei bambini per favorire il sonno.
La strega henormissima di Bologna fu Gentile Budrioli che discendeva da una famiglia nobile. Viveva nel torresotto compreso nelle mura di fronte alla chiesa di San Francesco. Gentile divenne astrologa e alchimista (negromanzia). La sua fama crebbe poiché cominciò a mettere in pratica la sua opera di guarire i mali dell’anima e del corpo. La gente l’apprezzava, ma affermava che avesse fatto un patto col diavolo, attraverso un rituale ripetuto nel tempo, per ottenere in cambio: ricchezza, potere e conoscenza.Gentile entrò nelle grazie di Ginevra Sforza, moglie di Giovanni II di Bentivoglio, al punto da esser einvitata a Mantova per curare la di lei figlioletta, Laura. Si creò un clima di pace in casa, che fu interrotto dalla congiura dei Malvezzi. Essi avevano tramato per uccidere i Bentivoglio e riconquistare Bologna. Giovanni scoprì la congiura e si vendicò, speditamente. Il clima a corte rimase tesissimo e il popolo mormorava che lui stesso non aveva tempra, ma che si facesse condizionare e plagiare da Gentile e Ginevra. La figura di Gentile, a questo punto, divenne molto scomoda, tanto che, per accontentare il popolo e accattivarsi la benevolenza del Pontefice, giovanni levò la protezione alla donna, poiché si persuase che le sue magie fossero veramente pericolose. Egli trovò il modo per liberarsi di lei, consegnandola al tribunale dell’Inquisizione con l’accusa di stregoneria, ignobile, diabolica e maledetta. La sua accusa fu quella di utilizzare i suoi poteri contro i membri della classe dirigente bolognese. Il processo di svolse in San Petronio, dove sotto tortura confessò terribili colpe esercitate per oltre vent’anni, a contatto con Lucifero stesso. Furono trovate polveri magiche (che prelevava dai defunti) e oggetti sacri con i quali celebrava messe nere ed esercitava i suoi poteri magici. Fu consegnata dall’Inquisizione al braccio secolare e messa al rogo in piazza San Domenico. Il boia, mastro Giacomo, legò la strega e fu messa al rogo insieme a polvere da sparo, per accreditare ancora meglio il suo legame con i demoni. Per questo, Gentile, venne soprannominata “strega henormissima”.

brododiserpe2012saaTerza tappa: LA TERIACA DEL CONVENTO DI SAN SALVATORE…
Nel II secolo, si diffuse la teriaca, un farmaco inventato da Galeno che conteneva, tra gli altri ingredienti, dosi elevate di oppio. Galeno si trasferì dalla Grecia a Roma, nel 163 d.C. La sua opera univa conoscenze antiche a quelle esoteriche. La sua teriaca comprendeva meno di settanta ingredienti e divenne un famoso rimedio (nato su base alchemica), considerato la panacea universale. Utilizzato, in prima battuta, contro il morso di animali velenosi. Tra i suoi ingredienti, guarda caso, figurava anche la carne della vipera.
All’origine, in effetti, il termine “teriaca” designava un’intera categoria di farmaci nati per combattere l’avvelenamento.
La stessa fu addirittura paragonata alla pietra filosofale degli alchimisti, quindi, in grado di curare tutti i mali.
Per questo motivo, Ulisse Aldrovandi la produsse a Bologna nel 1574 nella spezieria del convento di San Salvatore. La chiesa era una delle spezierie cittadine, insieme a quella dell’Archiginnasio, del Meloncello e poche altre. Fu messa a punto all’interno dell’Archiginnasio. La relativa preparazione sottostava a un preciso rituale che, tra l’altro, vi racconteremo.

Palazzosalinaamorini_set2018_(1)Quarta tappa: IL MOSTRO DI PALAZZO SALINA…
Poco prima del Complesso di Santo Stefano, appare un bel palazzo, la cui costruzione risale al XV secolo: palazzo Salina Amorini Bolognini. La particolare facciata spiccaper le testine apotropaiche di divinità poste a guardia del relativo accesso.
Tra queste, emerge uno dei diavoli cittadini, nient’altro che il “cornuto” dio Pan, il cui aspetto era tanto brutto ed animalesco da incutere terrore alla propria madre. Pan s’innamorò di Siringa, che lo sfuggì tramutandosi in una canna. Disperato, Pan cercò di riconoscere l’amata fra i diversi giunghi senza riuscirci. Così, il mito prosegue con la disperazione di Pan, placata dalla costruzione di uno strumento musicale col quale torna a vagare nei boschi, spaventando i passanti con rumori paurosi.
Pan ricorda il vero mostro,, la manifestazione di qualcosa di straordinario che vìola la natura. Avvertimento per l’uomo.

195604455_10159050728233382_3920459350651771048_nQuinta tappa: LA DIAVOLESSA DI VIA D’AZEGLIO…
La diavolessa di via d’Azeglio, protettrice dei viandanti in un periodo in cui camminare di notte per le strade bolognesi rappresentava un viaggio pericoloso, è copia di un’altra scultura, uguale, creata dal Giambologna, presso la fontana del Nettuno. Nella tradizione popolare, il diavolo era associato o assimilato ad animali, per lo più come serpente, drago, capra o cane. Poteva assumere anche sembianze umane. Spesso, appariva mostruoso e deforme. Il diavolo, seguendo l’iconografia medievale dei tarocchi, rappresenterebbe il grande caos da cui nasce la vita. È androgino e, nella sua figura, coesistono i contrari, l’alto e il basso, unione del maschile col femminile. Per questo, rappresenta il potere creativo tra uomo e donna, ma anche la dipendenza e la schiavitù dei sensi, quando l’attrazione sensuale divine morbosa. Così, la diavolessa, posta in una posizione d’angolo sui muri, serve a rinfrescare la memoria del peccato.

torre-lambertini-pal.-re-enzo-5eSesta tappa: TORRE LAMBERTINI E I FANTASMI DI CITTA’…
Caterina Sforza si aggiudica le apparizioni presso l’antica torre dei Lambertini. Essa fu incorporata alla residenza del Capitano del Popolo, sul lato che guarda via degli Orefici. Sembra avere ospitato il òpiù antico orologio pubblico della città. La leggenda vuole che, questa torre sia tuttora abitata dalle presenze della famiglia Lambertini, che a volte, si incontrano con i capitani del Popolo, usurpatori dell’antica residenza e con i fantasmi delle donne rinchiuse in essa, quando fu carcere femminile. Fu il cardinal Prospero della famiglia Lambertini, poi divenuto papa Benedetto XIV a descrivere, per la prima volta, i fenomeni paranormali nel suo testo di parapsicologia.


L’evento, che si terrà sabato, 17 luglio 2021 (con punto di ritrovo in piazza Galvani, sotto alla statua dello scienziato), partirà alle 19:30, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà alle 21. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour. 

Costo della sola visita guidata (con accoglienza + guida turistica + radio guide sanificate):  15,00.
Sconto di € 2,00 per gli over 60.
Consigliate, scarpe comode.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni di esclusività del tour, con ingressi a tappe, prenotati e remunerati in anticipo, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito, oppure, bonifico bancario.

In caso di maltempo, la visita guidata si terrà ugualmente.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.

Bologna, 15 luglio 2021, ore 19:30: Crimini dietro ai monumenti. Viaggio alla scoperta di storie criminali che non hanno avuto un lieto fine…

Crimini dietro ai monumenti: alla scoperta di Bologna e del suo centro storico, attraverso uno scenario unico…

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Bologna, al pari delle altre grandi città, ha una lunga tradizione criminale. Storie a volte romantiche, a volte tragiche, di persone che hanno scelto di vivere da fuorilegge per sfuggire alla povertà, per inclinazione naturale o forse a causa di un eccesso di opportunismo. La costante di queste storie è che difficilmente hanno avuto un lieto fine…

Dagli inafferrabili criminali ai delitti di gente perbene, fino al massacro in palazzo d’Accursio. Storie sconvolgenti, che hanno avuto luogo proprio nel centro storico della città “turrita”. Per una serata all’insegna del mistero “nero”…

Bologna_Monte_di_PietàIl grande furto al Monte di Pietà
Il primo “caso” di cui ci occuperemo è quello di un ladro che nella Bologna di fine Settecento avrebbe tenuto testa al celebre antieroe dei fumetti Diabolik. Il suo nome era Girolamo Lucchini, detto conte Lucchini e la sua Eva Kant.
Per raccontare la sua storia partiamo dalla notte di sabato 24 gennaio 1789, quando Girolamo Lucchini si cimentò in un furto mai tentato prima: svaligiare il caveau del Monte di Pietà, dove numerosi bolognesi depositavano i loro averi. Per preparare il colpo, Lucchini si servì soltanto di qualche pezzo di ottone e di una lima, con cui costruì una chiave artigianale molto complicata…

sansalvatore_bolognaRobin Hood all’emiliana
In famiglie affamate e numerose, dove un pezzo di pane doveva bastare a sfamare un pugno di bambini, capitava che i briganti diventassero eroi, proprio come nel caso di Robin Hood, l’arciere della tradizione popolare inglese che rubava ai ricchi per dare ai poveri, soffocati dalle tasse. Uno come Prospero Baschieri, insomma: il brigante bolognese che tra l’estate del 1809 e il marzo del 1810 compì gesta di tale risonanza che entrò nella leggenda.

via_oreficiDelitti di gente perbene
La storia di Bologna è costellata di omicidi compiuti con inaudita ferocia che hanno suscitato scalpore e indignazione anche perché sono avvenuti in seno agli ambienti più elevati della città. Significativo, in questo senso, il delitto Coltelli. Protagonista di questa vicenda è una dark lady ante litteram, una ragazza dall’incredibile fascino, con lunghi capelli neri, fianchi generosi e un viso dai lineamenti pronunciati ma proporzionati, come le più incantevoli bellezze provenienti dalle campagne di Bologna. Il suo nome era Enrica Zerbini e appena diciannovenne rimase coinvolta in uno degli omicidi più efferati della Bologna di fine Ottocento.

strada_maggioreIl delitto di via Mazzini, 39…
Pochi anni dopo il delitto Coltelli, un altro omicidio avvenuto in seno all’alta borghesia cittadina scuote le coscienze, arrivando ad avere echi e ripercussioni a livello nazionale, nel primo Novecento.
Nel tardo pomeriggio del 2 settembre 1902, a Bologna è in corso una seduta del consiglio comunale. Uno dei consiglieri è Tullio Murri, membro della borghesia progressista, laica e positivista dell’epoca e figlio di Augusto Murri, uomo dall’inattaccabile moralità e illuminato docente di quella che all’epoca era la facoltà di Medicina più prestigiosa d’Italia.

palazzo-daccursio_nettuno_galleryIl massacro di palazzo d’Accursio
Palazzo d’Accursio è per i bolognesi semplicemente Palàz, da secoli centro del potere cittadino. Già nel 1336, infatti, venne scelto come residenza degli Anziani, la massima autorità governativa dell’epoca. La Sala Rossa è una delle più suggestive, e si chiama così per via del colore delle tappezzerie. Anticamente era conservato al suo interno il Pallione della Peste, il dipinto commissionato a Guido Reni per celebrare la fine della pestilenza, nel 1631. Ed è all’interno della Sala Rossa di palazzo d’Accursio che il 21 novembre 1920 avvenne un brutale omicidio, quello del consigliere comunale Giulio Giordani, nell’ambito di violenti scontri che portarono alla morte di altre dieci persone e al ferimento di una sessantina.

Bologna-riapre-Via-Rizzoli-bus-27-tornano-in-centro-storico2Sparate al Duce!
Il 31 ottobre 1926 era destinato a diventare nefasto per Benito Mussolini: giunto a Bologna per l’inaugurazione dello stadio Littoriale, nonostante si fosse compiaciuto di aver trovato la città «più fascista che mai», quello fu il giorno in cui rischiò di essere ucciso. Luogo dell’attentato fu il Canton dei Fiori, come all’epoca era chiamato l’incrocio tra via Indipendenza e via Rizzoli. Le celebrazioni per il quarto anniversario della rivoluzione fascista erano terminate. Il buio era calato sulla città ed erano stati accesi i riflettori puntati su ogni monumento di piazza Vittorio Emanuele, l’attuale piazza Maggiore. Un fascio littorio fatto di lampadine brillava sulla cima della torre Asinelli.

unnamed (1)La Dalia Nera
Un anno dopo, un brutale omicidio sembra avere un legame con gli avvenimenti di palazzo d’Accursio. Avvenuto nel parco di una villa ubicata nella periferia di Bologna, si tratta di un delitto ammantato di mistero e su cui si stende l’ombra, addirittura, di una maledizione. Tra le ville inerpicate sul colle dell’Osservanza, infatti, quella con la fama più sinistra è di certo villa Frank, detta anche villa di Mezzaratta. Agli inizi del Novecento era tristemente nota perché, più di cent’anni prima, nel suo parco erano stati ritrovati i corpi di una donna e delle sue due figlie. Erano state barbaramente sgozzate, e il colpevole non era mai stato identificato.


L’evento, che si terrà giovedì, 15 luglio 2021 (con punto di ritrovo in piazza Galvani, sotto alla statua dello scienziato), partirà alle 19:30, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà alle 21. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour. 

Costo della sola visita guidata (con accoglienza + guida turistica + radio guide sanificate):  15,00.
Sconto di € 2,00 per gli over 60.
Consigliate, scarpe comode.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni di esclusività del tour, con ingressi a tappe, prenotati e remunerati in anticipo, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito, oppure, bonifico bancario.

In caso di maltempo, la visita guidata si terrà ugualmente.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.

Fossoli (MO), 20 giugno 2021, ore 10:30: Visita all’ex campo di concentramento di Fossoli (MO), con letture esclusive di testimonianze di deportati, per non dimenticare i giorni dell’Olocausto…

Un viaggio nella Memoria, nel ricordo storico della seconda guerra mondiale, durante i terrificanti anni del nazismo, ma anche un viaggio nel tempo in Memoria delle discriminazioni che subirono, in quei luoghi, i deportati e gli oppositori politici…

fossoli_ebrei_2021_okIl 27 gennaio di ogni anno, si ricordano le vittime dell’Olocausto. Questa è una ricorrenza importante perché sapere e ricordare è un obbligo e nessuno deve dimenticare cosa è accaduto a milioni di persone vittime di barbarie, morte, terrore e persecuzione, in quegli anni. 

Con questo tour desideriamo raccontare la storia di un popolo, seriamente discriminato, che ha vissuto la seconda guerra mondiale.

Il tramonto di Fossoli (di Primo Levi)
Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne.
Le parole del vecchio poeta: “Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta. Una notte infinita è da dormire”.

Il 22 febbraio 1944 partì da Fossoli un convoglio con destinazione Auschwitz, sul quale vi era anche Primo Levi , anch’egli internato nel campo di Fossoli come deportato politico; fu uno dei 650 che furono deportati con quel convoglio e fu uno dei 23 che ritornarono.


20160124_101852Il campo di concentramento di Fossoli era ubicato in una località di campagna a 6 chilometri da Carpi, in provincia di Modena. Il campo fu allestito nel luglio 1942 come una tendopoli per prigionieri di guerra; qualche mese più tardi vennero costruite le baracche in muratura che nell’estate 1943 diedero riparo a circa 5000 internati militari. Circondato da una doppia recinzione alta 2 metri e con una serie di torrette distanti 50 metri le une dalle altre, il grande recinto era illuminato con riflettori dal tramonto all’alba. La notte dell’8 settembre una colonna di tede­schi circondò la struttura, per impedire – dopo la proclamazione dell’armistizio – la fuga dei prigionieri. Due ufficiali italiani furono incaricati della gestione ordinaria del Lager, mentre i loro colleghi furono incarcerati a Mo­dena. In un paio di settimane si 20160124_120158organizzò il trasferimen­to dei prigionieri alleati nel Reich e dal 5 dicembre l’ex Campo prigionieri di guerra n. 73 funzionò come luogo d’internamento per ebrei, sotto il controllo della polizia della Repubblica sociale italiana e alle dipendenze della prefettura di Modena. La collocazione strategica nella rete ferroviaria, sulla linea per il Brennero, agevolava il viaggio verso i Lager del Reich.

Dal mese di gennaio 1944 giunsero a Fossoli prigionieri politici. Da metà marzo 1944 il Comando di Verona della Polizia di sicurezza germanica (Befehlshaber der SIPO-SD) assunse il controllo diretto sugli internati politici e razziali destinati alla deportazione (rinchiusi nei due settori del «campo nuovo»), lasciando alle autorità di Salò la competenza su internati comuni, politici, genitori di renitenti alla leva e civili di nazionalità straniera esclusi dal trasferimento nei Lager del Reich (concentrati nel «campo vecchio»).

Campo_di_Fossoli_3Il Polizei- und Durchgangslager era comandato dal sottotenente Karl Titho, ma è il suo vice, Hans Haage, a gestire il campo. Il settore ebraico includeva 8 baracche larghe 11,60 metri e lunghe 47 metri, fornite di latrine e lavatoi, ognuna delle quali poteva accogliere 256 prigionieri; i politici erano ammassati in 7 baracche di dimensioni maggiori. I due settori disponevano di cucina e infermeria. L’alimentazione consisteva essenzialmente in pane e verdure; i prigionieri – che indossavano i loro abiti civili e portavano dei contrassegni a seconda della categoria di appartenenza – venivano suddivisi in gruppi incaricati della pulizia del campo, dei lavori agricoli e artigianali. Fossoli funzionava come centro di smistamento per la deportazione ad Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald, ex-campo-di-fossoliMauthausen, Ravensbruck. Dal 19 febbraio 1944 (con l’invio di 141 ebrei a Bergen-Belsen), partirono dalla località modenese sei convogli ferroviari carichi di internati, selezionati d’intesa tra il comandante Titho e il Comando germanico veronese. Nel complesso verranno deportati oltre cinquemila prigionieri: 2726 ebrei e 2483 politici.

Per chi proveniva da mesi di isolamento in una cella malsana, esposto inerme alle torture degli aguzzini, il trasferimento a Fossoli – col ritorno alla dimensione sociale – apparve l’uscita da un incubo. Sensazione comune ai prigionieri politici sottoposti nel carcere milanese a pressioni disumane: «La prima impressione fu che il campo di Fossoli fosse un luogo migliore di San Vittore e che anche le SS fossero, per così dire, più corrette», osserverà l’architetto Belgiojoso. Le possibilità di ritrovarsi in compagnia, di poter parlare senza il terrore della punizione, di impostare forme clandestine di aggregazione politica segnavano un deciso mutamento di condizione. Tuttavia gli internati sapevano che la loro sorte era sospesa a un filo: potevano essere condannati a morte per la loro attività cospirativa, oppure fucilati per rappresaglia contro un’azione partigiana, oppure venire deportati in un campo di eliminazione.

Fossoli-2 (1)Il pensiero della fuga era dominante, alla sorveglianza delle guardie si univa quella – meno appariscente ma ugualmente micidiale – delle spie. L’evasione individuale si presentava ardua, quella collettiva era ancora più problematica. Una volta fuori dal campo i fuggiaschi sarebbero statu alla mercé dell’apparato repressivo tedesco, agevolato dalle estese campagne, che offrivano scarsi nascondigli. A fatica si cercava di stabilire un rapporto con l’esterno; il rischio di cadere in provocazioni era elevato e concedere la fiducia a una spia poteva significare la fucila­zione.
(da Diario di Fossoli di Leopoldo Gasparotto a cura di Mimmo Franzinelli)


L’evento, che si terrà domenica, 20 giugno 2021 (con punto di ritrovo presso via Remesina Esterna n. 32, 41012, Fossoli (MO), partirà alle ore 10:30, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà un’ora dopo. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour.

Costo della visita guidata: € 22,00 (comprensivo di guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna, radio guide per un miglior ascolto del tour e coordinatore).
Tour non adatto ai bambini sotto ai 10 anni di età.
Ai ragazzi, dai 10 ai 18 anni di età e agli over 60, applichiamo € 2,00 di sconto sul tour.
Le persone con disabilità non pagano.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni di esclusività del tour, con ingressi a tappe, prenotati e remunerati in anticipo, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito (PayPal), oppure, bonifico bancario.

In caso di maltempo, la visita guidata si terrà ugualmente.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.

Dozza Imolese (BO), 26 settembre 2021, ore 10: Il borgo dei murales, dove l’arte si fa paesaggio, con visita esclusiva alla Rocca Sforzesca…

Un borgo carino, ordinato, colorato, da sembrare quasi finto. Sembra uscito dalle pagine di un libro di fiabe. Un dedalo di viuzze ricche di murales, cui fa capo la Rocca Sforzesca, originaria del medioevo…

dozza_imolese_iloveER_2020Basta allontanarsi di pochi chilometri dalla città di Bologna per ritrovarsi catapultati in una dimensione in cui storia e arte si intersecano, per formare la perfezione. La Rocca Sforzesca e i suoi murales, fanno di Dozza Imolese un unico e incantevole borgo

A ogni passo, si incontra una nuova opera d’arte, ad ogni angolo una creazione che ti stupisce per originalità. Un museo aperto, sotto a un soffitto fatto di nuvole. Ti senti catapultato in un’altra dimensione, impreziosita dalla presenza della fortezza Sforzesca, il paese ha dato una svolta alla sua popolarità nel 1960, trasformandosi in una tela sulla quale gli artisti potevano dar sfogo alla propria fantasia. Questo, ha dato, addirittura, i natali alla “Biennale del muro dipinto”, rassegna che accoglie i più grandi esperti di street art.

34392_dozza_wandmalerei_in_dozzaUn paesaggio idilliaco dominato da una maestosa Rocca Sforzesca – la Rocca di Caterina – perfettamente conservata, così come le IMG_3883mura e i tetti delle case che compongono questa borgata, un tempo conosciuta con il nome di ‘Ducia’ che significa letteralmente ‘Doccia’. A guardarla bene, viene da chiedersi cosa c’entri Dozza con l’acqua, la grande assente – e al tempo stesso assoluta protagonista – della storia di questo luogo entrato a buon diritto nel novero dei 295 Borghi più belli d’Italia. L’acqua dovrebbe essecosa-vedere-a-dozza-gita-domenicale-fuori-portare, per Dozza, quasi un paradosso considerando che da secoli essa ha fatto del buon vino una delle sue più raffinate eccellenze. Eppure tutto parla di lei: lo stemma del Comune con il grifone araldico che si abbevera da una conduttura da cui sgorga dell’acqua; i resti di un antico acquedotto costruito per raccogliere l’acqua da Monte del Re e far fronte ai periodi più siccitosi; i toponimi delle chiese, delle stradine e dello stesso borgo: “Duza” o “Ducia” in latino non vuol dire semplicemente “doccia”, ma come suggerisce l’etimologia del termine, “canale” in cui scorre l’acqua.

https___cdn.evbuc.com_images_61418580_233068263889_1_originalI muri d’autore di Dozza Imolese, raccontano storie da più di mezzo secolo…
Mazzetti dipinge Il Menestretto Dozza81-2C’era una volta una rocca quattrocentesca affacciata sui morbidi e tondeggianti colli bolognesi e le prime pendici dell’Appennino romagnolo. Era una bellissima fortezza che dominava dall’alto un piccolo paesino di sole due strade principali. Come per magia quelle strade adesso raccontano centinaia di altre storie da tutti gratuitamente visibili, molte delle quali legate alle tradizioni del luogo, altre in grado di far viaggiare in luoghi lontanissimi. Il grazioso paese su cui si erge la Rocca, che oltre a ospitare mostre temporanee è visitabile negli interni ricchi di dipinti e arredi e dal 1970 è sede dell’Enoteca Regionale Emilia Romagna, è diventato un museo all’aperto dove dal 1960 fino a oggi hanno lasciato il segno del loro passaggio oltre duecento artisti, come per esempio Sebastian Matta, Bruno Saetti, Giuseppe Ziganina, Emilio Contini, Concetto Pozzati, Remo Brindisi, Renzo Grazzini, Giacob_7e49bb_img-4142omo Soffiantino, Riccardo Schweizer, Riccardo Licata, Aldo Borgonzoni, Ennio Calabria, Cesare Sughi, Norma Mascellari, Tano Pisano, Bruno Ceccobelli, Luca Alinari, Gino Pellegrini, Marcello Jori, Bruno Benuzzi, Karin Andresen. E l’incantesimo non si è ancora fermato, ma si è esteso anche alla cittadina contemporanea, Toscanella, dove dal 2007 i murales rivestono i grigi muri con opere di street art firmate da artisti come Ericailcane, Eron, Dado, Wany, Basik, Cuoghi Corsello, Rusty, Joys, Moneyless, Hemo, Paperresistance.

10_12_18-03_06_04-S612559fa9169a0d48e468d4f948f144La Rocca Sforzesca…

L’affascinante Rocca di Dozza sulle colline tra Imola e Bologna è un complesso medievale sorto nel XIII secolo, ancora visitabile all’interno, dove si ammirano la cucina antica, la sala delle torture, le prigioni, i vari appartamenti arredati con mobilio originale e dipinti.2019.03.24-21.56.22_2 Oltre alla cucina storica, alle prigioni, alle camere da letto, ci sono torri e un’enoteca nei sotterranei con prodotti tipici della zona che rendono la Rocca di Dozza unica nel suo genere. Immersa in un borgo con i muri dipinti ci si ritrova in un museo a cielo aperto in cui arte e storia convivono in un’atmosfera da lasciare senza fiato. La Rocca di Dozza nel tempo si trasforma da possente fortezza medievale a fortezza rinascimentale fino a diventare una Rocca settecentesca. L’attuale aspetto esterno della Rocca è ascrivibile al tardo quattrocento, quando Dozza entrò a far parte della Signoria Riario – Sforza. Nel 1473, con un matrimonio dalle forti valenze politiche, Girolamo Riario, nipote di Papa Sisto IV, si unisce a Caterina Sforza, figlia del Duca di Milano e nipote di Ludovico il Moro. Invece, l’impianto distributivo del palazzo – cortili, atrio, androne e scale – e l’organizzazione del piano nobile, così come oggi ci appaiono, sono in prevalenza riconducibili alla Signoria dei Campeggi che, nella seconda metà del Cinquecento, intraprese massicci interventi di trasformazione allo scopo di trasformare la Rocca da fortezza a sede di rappresentanza diplomatica.
Quando il feudo di Dozza fu abolito, la Rocca rimase di proprietà dei Malvezzi-Campeggi che ne fecero la loro residenza fino al 1960.

dozza3LA FORTEZZA MEDIEVALE (1300-1480)
Le origini della Rocca di Dozza risalgono al secolo XIII. Nel corso del Medioevo, la posizione strategica al confine tra Bologna e la dozza_emotional-nydt3wxtujo18iys86pr8m2wt1c7uxrqqvecwxdgh8Romagna, rende la fortezza di Dozza oggetto di forti contese. Gli annali storici citano nel corso del Trecento l’egemonia dei bolognesi, poi il governo del signore di Romagna, Ricciardo Manfredi, del legato papale Cardinale Egidio Albornoz, ed ancora dei Bentivoglio, a segnare il rientro nella sfera di Bologna. La Rocca fu senz’altro oggetto di modifiche, distruzioni, ricostruzioni, tuttavia non possediamo descrizioni o piante dell’antico castello. Scavi, ritrovamenti e rilievi condotti in occasione dei restauri architettonici hanno consentito di elaborare un’ipotesi stratigrafica dell’impianto. E’ stato rinvenuto l’arco dell’antico portale di ingresso decorato con simbologie araldiche. Un altro elemento riferibile al periodo medievale è l’impianto del mastio leggibile nelle stanze interne della Torre Maggiore. La torre, composta di tre stanze a pianta quadrata, voltate in muratura, sovrapposte fra loro, collegate da una scala interna e dotate di una Dozza-In-der-Roccacisterna per l’approvvigionamento dell’acqua, costituiva un nucleo abitativo autonomo in cui ci si poteva rifugiare durante i lunghi assedi

ellqTQ==_museorocca_0FORTEZZA RINASCIMENTALE (1480-1554)
L’attuale aspetto esterno della Rocca è ascrivibile al tardo quattrocento, quando Dozza entrò a far parte della signoria Riario – Sforza. Nel 1473, con un matrimonio dalle forti valenze politiche, Girolamo Riario, nipote di Papa Sisto IV, si unisce a Caterina Sforza, figlia del Duca di Milano e nipote di Ludovico il Moro, ed ottiene dallo zio Papa il vicariato di Imola, fino ad allora sotto il dominio sforzesco, cui si aggiunse nel 1480 la signoria di Forlì. Girolamo, e dopo la sua morte, Caterina, apportarono consistenti interventi di fortificazione su tutti i castelli del loro Stato, di cui facevano parte una serie di possedimenti minori fra cui Dozza. Qui è assai probabile l’impiego del tecnico militare Gian Ludovico Manghi e di mastro Giorgio Fiorentino da Settignano per l’esecuzione dei lavori; il ffee2447b152494b43d9816faaea83c8_XLprofondo fossato, i possenti torrioni segnati dalle cordonature dei marcapiani, il coronamento ritmico dei beccatelli sono elementi sforzeschi. Le torri arrotondate sono integrate in un sistema continuo di elementi angolari a forma poligonale con bordi smussati tipici della forma bastionata che nasce con Giuliano ed Antonio Sangallo.

RESIDENZA RINASCIMENTALE (1565-1594)
Nel corso del Cinquecento il castello ed il feudo di Dozza furono ceduti da Papa Clemente VII al Cardinale Lorenzo Campeggi, nunzio apostolico di alto prestigio che svolse importanti missioni diplomatiche presso i sovrani dell’epoca, quali il re d’Inghilterra Enrico VIII e l’imperatore Carlo V. L’impimagesianto distributivo del palazzo (cortili, atrio, androneIMG_3888-768x960 e scale) e l’organizzazione del piano nobile, così come oggi ci appaiono, sono in prevalenza riconducibili alla signoria dei Campeggi che, nella seconda metà del Cinquecento, intraprese massicci interventi di trasformazione allo scopo di trasformare la Rocca da fortezza a sede di rappresentanza diplomatica. La copertura del cortile compreso tra i bastioni rivolti a sud, consente l’ampliamento delle superfici da destinare a residenza sia al piano terra sia al piano primo. La costruzione dei IMG_3885-768x511due loggiati sovrapposti, con colonnati in arenaria, oltre a caratterizzare stilisticamente l’architettura della residenza, perimetra una corte centrale che diverrà il punto nodale delle attività svolte all’interno dell’edificio.

RESIDENZA SETTECENTESCA (1795)
Nel 1728, con la morte di Lorenzo Campeggi, ultimo maschio della casata, il marchesato di Dozza perviene per eredità a Francesca Maria Campeggi, moglie di Mprogetto-luce-progetto-illuminotecnico-museo-mostra-rocca-dozza-1atteo Malvezzi, la quale trasferisce i diritti feudali a quest’ultima famiglia. Il figlio di Francesca, Emilio fu il primo marchese che unificò il nome dei due casati in Malvezzi-Campeggi. Nel 1798, con l’entrata in vigore delle leggi napoleoniche, la Rocca fu sul punto di essere confiscata ma il marchese Giacomo riuscì a dimostrare che il castello era un bene privato. Dunque il feudo di Dozza fu abolito, ma la Rocca rimase di proprietà dei Malvezzi-Campeggi che ne fecero la loro residenza fino al 1960. Le puntuali descrizioni dell’invenrario del 1795 riferiscono di un Palazzo gi` compiuto, sia in pianta che in elevazione. Tutti gli ampliamenti realizzati in quest’epoca sono determinati dallo sviluppo e dall’incremento degli usi residenziali, compresa la costruzione degli appartamenti del piano secondo (ora destinati a sede espositiva).

 Curiosità Schermata 2020-09-11 alle 17.32.41

In principio, nel 1960, il Muro dipinto nacque a Dozza come una manifestazione di arte contemporanea, estemporanea e alla stregua di tante altre. Istituita dal comune di Dozza, un delizioso borgo medievale tra i colli bolognesi, questa rassegna vedeva però i muri delle case paesane, e non le tele affisse sulle pareti di una galleria, colorarsi e animarsi di disegni, forme, azioni e nuove emozioni portate dagli artisti (così come accadde nel 1956 ad Arcumeggia, in provincia di Varese, primo paese dipinto d’Italia, link). E rivolte a tutti, abitanti e passanti occasionali, conoscitori e non..
Nel frattempo, nei giorni di festa, importanti opere di restauro sono state terminate grazie alla tecnica e alla manualità degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, che hanno restituito luce e integrità a diversi murales del borgo medievale. Tra questi, Muro 150 firmata nel 2011 da Gino Pellegrini sulla facciata della caserma dei Carabinieri di Dozza antistante la Rocca; Libertà di pensiero di Simon Benetton (1997) e La scalata di Concetto Pozzati (1971) in piazza Zotti. Durante la manifestazione, le Accademie delle Belle Arti di Bologna e Brera hanno organizzato nel salone maggiore della Rocca la conferenza “Restauro dei muri dipinti di Dozza”, rivelando agli ascoltatori curiosi i segreti della manutenzione delle opere su muro durante i 50 anni di Biennale. È stato Vanni Dal Re invece a restituire prestigio all’opera del padre Tonino Del Re, La festa della segavecchia, dipinta nel 1962, quando il Muro dipinto era ancora una manifestazione a cadenza annuale.


L’evento, che si terrà domenica, 26 settembre 2021 (con punto di ritrovo in Piazza della Rocca, Dozza Imolese), partirà alle ore 10, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà alle ore 11:30. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour. 

Costo della sola visita guidata (con accoglienza + guida turistica + radio guide sanificate + ingresso alla Rocca Sforzesca):  25,00.
Sconto di € 2,00 per i ragazzi e per gli over 60.
Consigliate, scarpe comode.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni logistiche e amministrative, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito (PayPal), oppure, bonifico bancario.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.


Buon divertimento con le visite guidate di “I love Emilia Romagna”…

Bologna. Domenica, 19 settembre 2021, ore 10: “TowerLand”. Il tour delle torri, con salita alla straordinaria torre Prendiparte…

tower_landBologna è una città europea dai mille volti. Con le torri e con i portici, elementi architettonici unici, tutti concentrati nel centro storico, è diventata un punto di riferimento architettonico notevole…

È antico il fascino di Bologna. Chi percorre i vicoli del centro storico, i monumenti e i portici che hanno reso celebre nel mondo la città, ne resta completamente ammaliato. Tutti conoscono la Bologna “dotta”, “grassa” e “turrita”. Noi riscopriremo il significato di questi tre appellativi.

Le torri sono un elemento architettonico che le famiglie nobili bolognesi costruivano presso le loro case. Venivano per lo più utilizzate come luoghi di vedetta e di difesa, in tempo di guerra. Dietro alle torri, si nascondono storie straordinarie: amori impossibili, tremendi delitti, leggende incredibili. Ne parleremo e avremo un’occasione senza precedenti: salire sulla torre Prendiparte, la seconda in altezza dopo gli Asinelli, ancora arredata come un tempo e visitabile…

STARTING TOUR: TORRE PRENDIPARTE…18519987_10155129643688382_5746828227371441102_n
(SULLA TORRE PRENDIPARTE SALIREMO ED È UN’OCCASIONE UNICA)
18519998_10155129644793382_5715004538692188474_nNota come la “Coronata”, costruita nella seconda metà del XII secolo, di fianco al Palazzo dell’Arcivescovado. In cima alla torre vi è, infatti, una caratteristica resega, a 4 cuspidi per lato, che assomigliando a una corona ha dato il soprannome al monumento. È la seconda di Bologna per altezza (58,60 metri). Le nove fila di parallelepipedi della base in selenite furo
no più volte restaurati. Lo spessore dei muri alla base è di 2,80 metri che si riduce progressivamente sino a 1,35 metri alla sommità. Come per tutte le torri medievali bolognesi, si tratta di una muratura a sacco: due cortine di prendiparte02laterizio racchiudono un conglomerato di ciottoli di fiume cementati da calce bianca. Tenuto conto delle dimensione del lato alla base (nove metri circa) e dello spessore dei muri, sempre alla base, è presumibile che la torre fosse progettata per essere ancora più alta. Non è neppure escluso (fatto questo accaduto a molte altre torri bolognesi) che sia stata successiv18556050_10155129647113382_7996896471988408450_namente mozzata. La torre venne adibita nel XVIII secolo a prigione per il foro ecclesiastico (all’interno sono ancor oggi visibili la sala dei carcerati e i loro graffiti) e poi divenne abitazione privata, quindi struttura ricettiva. A 18 metri dal suolo vi è lo stemma in arenaria, oggi molto degradato, del primo Arcivescovo di Bologna, Gabriele Paleotti.


asinelliPRIMA TAPPA: TORRE DEGLI ASINELLI…
(97 metri e 498 gradini per raggiungere la cima) Alla fine del ‘300 passò in proprietà al Comune. Il portale, posto sul lato della Torre che dà su Strada Maggiore, fu costruito in epoca rinascimentale quando la torre fu corredata del basso torresotto merlato. Il torresotto ha ospitato, prima, un corpo di guardia, poi, botteghe artigiane e commerciali. Subito dietro il portale, si trova la porticina, con architrave in selenite, che dà accesso alla torre. Questa piccola porta non è coeva alla torre poiché, come detto, tali costruzioni, che avevano scopo prima di tutto difensivo/offensivo, non presentavano porte di accesso, bensì una portafinestra posta a diversi metri dal suolo. Le torri erano, infatti, provviste di vari ballatoi esterni in legno sorretti da barre in selenite, dette meniani, di cui oggi è possibile osservare solo i monconi. Nel corso dei secoli la Torre degli Asinelli ha rappresentato un luogo simbolo per diversi aspetti della vita civile e militare bolognese: gli scienziati Giovanni Battista Riccioli (nel 1640) e Giovanni Battista Guglielmini (nel secolo successivo) utilizzarono la torre per esperimenti sul moto dei gravi e sulla rotazione della terra. Durante la seconda guerra mondiale,tra il 1943 e il 1945, la torre fu utilizzata con funzioni di avvistamento: quattro volontari si appostavano in cima alla torre durante i bombardamenti al fine di indirizzare i soccorsi verso i luoghi colpiti dalle bombe alleate. Infine, una curiosità: la Torre Asinelli nella sua lunga storia fu spesso colpita da fulmini, finché nel 1824 fu collocato l’impianto parafulmine. C’è una leggenda, collegata alla Torre degli Asinelli, di cui parleremo.


STorreGarisenda,BolognaECONDA TAPPA: TORRE GARISENDA…
Citata nella Divina Commedia di Dante Alighieri, è famosa per la sua pendenza di 3,25 metri verso est/sudest, che indusse ad abbassarla di circa 20 metri a metà del ‘300. A partire dal Quattrocento la torre fu acquistata dall’Arte dei Drappieri, che ne diventò, poi, l’unica proprietaria fino alla fine dell’Ottocento, quando divenne proprietà comunale. Le superfici murarie esterne della torre sono state restaurate fra il 1998 ed il 2000, mentre una prima fase del consolidamento delle murature è stata attuata nel 1999 – 2000. La torre è visitabile dall’esterno.


torreuguzzoniTERZA TAPPA: TORRE DEGLI UGUZZONI…
Situata all’interno della zona della città storicamente riconosciuta come “Ghetto Ebraico”, costruita nel XIII secolo. A differenza delle altre torri costruite tra l’XI e XII secolo, presenta un’elegante porta a sesto acuto all’incirca a livello del suolo che già esisteva all’epoca della sua costruzione. Questa torre, con i due cavalcavia che la fiancheggiano, rappresenta uno degli angoli più caratteristici della Bologna Medievale. Uno dei cavalcavia ha una bella finestra in terracotta di foggia quattrocentesca. Al contrario delle torri vicine (Asinelli,Garisenda, Altabella, Prendiparte) qui alcuni blocchi diselenite del basamento sembrano, almeno in parte, d’epoca, vale a dire non sostituiti durante i restauri eseguiti tra ‘800 e ‘900. Parleremo della torre, collegata alla storia della Lady nera, di Bologna.


GUIDOZAGNIQUARTA TAPPA: TORRE DEI GUIDOZAGNI…
Dopo il crollo avvenuto nel 1487, divenne una casa-torre, cioè un’abitazione fortificata. Questa edificio rappresenta una testimonianza del passato feudale della città e la rivalità tra le famiglie nobili dell’epoca.

ARRENGOQUINTA TAPPA: TORRE DELL’ARENGO…
Guardando frontalmente palazzo Re Enzo dal centro della Piazza, si vede la Torre dell’Arengo. Lo scarso spessore dei suoi muri alla base, soprattutto nei lati di est-nord e ovest e le  fondamenta poco profonde, non l’hanno mai resa decisamente solida. In origine e siamo all’inizio del 1200, era soltanto un modesto rialzamento sull’incrocio delle due vie coperte dal voltone. Solo successivamente ha potuto assumere forma di torre, e non prima di aver subito notevoli opere di consolidamento della base, di rafforzamento e di restauro. Poco solida ma molto equilibrista dunque, perché i quattro pilastri la sorreggono ma non le evitano di vibrare. Dal 1453, a vibrare ci ha pensato la campana, innalzata da Aristotele Fioravanti nella cella della torre che ancora oggi è possibile vedere. Meglio nota come il “campanone”, visti i suoi 47 quintali di bronzo, chiamava i bolognesi a raccolta, ed ogni 21 aprile continua a ricordare quel giorno del 1945 quando la città venne liberata dal fascismo.

torre accursioSESTA TAPPA: TORRE ACCURSIO…
Situata in Piazza Maggiore, Torre Accursio è anche nota come Torre dell’Orologio. Accursio, che ne era il proprietario, era arrivato da Firenze per studiare legge e divenuto poi illustre giurista, volle costruirsi la sua casa: una costruzione molto grande che includeva una scuola, con il portico verso la piazza, e una torre in angolo. La torre venne inglobata dalla residenza di Accursio che,  poco dopo la morte del proprietario, venne acquistata dal nuovo Comune, in fase di espansione. Con la vendita della casa, degli Accursi sulla scena rimarrà solo il nome dato al futuro municipio di Bologna. Ciò che ancora oggi salta agli occhi è l’enorme orologio meccanico, posto sulla facciata della Torre nel 1444. Alla meridiana posta sulla torre dell’Arengo restava il compito di segnare le ore diurne e soprattutto il mezzogiorno, rispetto a cui venivano tarati tutti gli altri orologi, mentre dal 1451 il nuovo meccanismo  iniziò a scandire anche la notte. Per fare posto al nuovo orologio la vecchia torre  venne un po’ alzata e completata con una torre di modeste dimensioni e consistenza. Dopo il pesante intervento di restauro di tutto il palazzo, eseguito fra il 1885 e il 1887 da Raffaele Faccioli, dalla torre venne rimosso il parapetto rinascimentale a pilastrini, sostituito con la fascia di mattoni considerata più adatta al nuovo aspetto complessivo del palazzo, di ritrovato stile medievale. Infatti il porticato ora visibile sotto palazzo d’Accursio è relativamente recente.

SETTIMA TAPPA: TORRE GALLUZZI…350px-Torre_Galluzzi
Fa parte della cosidetta triade dei grattacieli medievali di Bologna, insieme alle sue colleghe Prendiparte e Azzoguidi, che si stagliano in un’altra zona del centro. Seppur distanti tra loro, le tre torri appartenevano tutte a famiglie di parte guelfa, ovvero filo papali, e non è un caso che si trovino in zone della città cruciali da questo punto di vista: la Azzoguidi e la Prendiparte accanto alla sede vescovile, e la Galluzzi vicino alla prima sede  comunale, l’allora complesso di Sant’Ambrogio. La Galluzzi ancor oggi si distingue per l’altezza (30 metri, sicuramente ridotti rispetto all’origine) e la robustezza: la torre ha muri talmente spessi che ha sempre scoraggiato attacchi e incendi, ostentando una solidità che era sinonimo di potenza e ricchezza. La Galluzzi è interessante anche per il contesto in cui è inserita:  all’interno di un unico nucleo edilizio, che all’epoca veniva definito “curia”,  in cui si trovavano le case abitative, la cappella gentilizia e le torri di un’unica famiglia. Oggi il piano terra della stessa torre,  ospita una libreria dal cui interno è possibile vedere  il tipo di murature originarie messe in evidenza da un ottimo restauro. Dall’esterno, invece, si può osservare la porta originaria della costruzione, quella che si apre a oltre sei metri dal suolo. Da un lato la sua forma, ad arco ogivale (o a sesto acuto, cioè appuntito), dimostra la relativa modernità della Torre, visto che le consorelle antecedenti hanno tutte porte e finestre a modiglioni – cioè squadrate – o a tutto sesto – cioè circolari, stilisticamente più antiche. Dall’altro lato, lascia intravedere una chiara usura da calpestio: ciò potrebbe dimostrare come la porta fosse un punto di collegamento tra la torre e la casa di legno che le si addossava, aggrappata con le sue travi alla muratura della torre stessa.

torre_catalaniOTTAVA TAPPA: TORRE CATALANI…
La foto identificativa che abbiamo riportato nella carta d’identità ha diversi anni, mancando ora gli spincioni di legno (per altro rifatti) infissi nelle mura come supporti di antichi ballatoi.
I Catalani (ma sarebbe meglio dire i Castellani) erano una potente famiglia bolognese, di parte Guelfa, che senza dubbio primeggiarono in città, possedendo oltre a questa, altre due torri nei pressi del Palazzo Comunale. Una di queste era alta quasi come l’Asinelli e venne mozzata nel 1484 forse perché pericolante. Per alcuni la torre “mozzata” è questa, per altri è la Garisenda che subì la stessa sorte.
I Catalani furono fra i fondatori della compagnia dei Frati Gaudenti (1251), istituiti per riappacificare le città e le loro fazioni. Furono loro affidate molte città e non sappiamo se questa funzione fosse svolta bene, certamente non per Dante che li condanna all’inferno.
Si sa che questa torre, dopo aver protetto la famosa famiglia, ebbe a “proteggere” per secoli il maggiore bordello di Bologna che si collocava negli edifici che l’affiancavano, anche se dopo i catalani diventò proprietà dei Frati Celestini. Dal 1796, con la soppressione degli ordini monastici, la torre divenne proprietà dello Stato. La torre è un grosso blocco squadrato e disadorno, poco visibile in quanto inserito in un angusto viottolo.


L’evento, che si terrà domenica, 19 settembre 2021 (con punto di ritrovo presso piazza Galvani, sotto la statua dello scienziato), partirà alle ore 10, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà verso le ore 13. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour. 

Costo della sola visita guidata (che comprende: ingresso alla torre Prendiparte, guida turistica, accoglienza e radio guide):  25,00.
Visita guidata + pranzo (con cucina tradizionale o vegetariana, presso la “Trattoria Belfiore”):  45,00.

I bambini, sotto i 6 anni di età e i portatori di disabilità, non pagano la visita guidata (pagano per intero, soltanto il pranzo). I ragazzi, dai 7 ai 18 anni, gli over 60, usufruiscono di uno sconto di € 2,00 sul costo del tour.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/WhatsApp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni logistiche e amministrative, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito (PayPal), oppure, bonifico bancario.

In caso di maltempo, la visita guidata si effettuerà ugualmente.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.


Buon divertimento con le visite guidate di “I love Emilia Romagna”…

Bologna, 26 giugno 2021, ore 15:30: Acque nascoste in città. Alla ricerca di canali e condutture sotterranee, con accesso esclusivo alla Centrale Idroelettrica (18 metri, di spettacolo, nel sottosuolo)…

acquenascoste_BOLOGNA_2020Alla scoperta di una fittissima ragnatela di canali e torrenti, che nel passato favorì lo sviluppo dei traffici e dei trasporti fino al Po…

Bologna nasconde un complesso reticolo di circa 60 km di vie d’acqua, soltanto in parte visibile. Fin dal XII secolo la città si dota di un sistema idraulico artificiale composto da chiuse, canali e condutture sotterranee (ne visiteremo una, in esclusiva; solitamente, vi accedono esclusivamente i tecnici; sarà un’occasione irripetibile) che distribuivano l’acqua, utilizzata prevalentemente come fonte di energia per le attività produttive.

Forse non lo sapevate, ma sotto Bologna esiste una piccola Venezia. La città felsinea nasconde sotto le proprie strade una fittissima ragnatela di canali e di torrenti con gli approdi, le chiuse e le antiche vestigia del sistema idraulico che nel passato favorì lo sviluppo dei traffici e dei trasporti fino al Po e, di qui, all’Adriatico e a Venezia…

 

cavaticcioCANALE NAVILE: CAVATICCIO…
All’incrocio fra le attuali vie Riva di Reno e Marconi si dirama il Cavaticcio, realizzato riutilizzando, verosimilmente, l’antico corso del Rio Vallescura che scaturiva dai rilievi collinari fra le porte San Mamolo e Saragozza. Il Cavaticcio alimentava il canale navigabile, chiamato Navile. Lungo il primo tratto del Cavaticcio, caratterizzato da una notevole pendenza, erano distribuite alcune cartiere e segherie per legname, la prima delle quali fu edificata nel 1347.

bologna_salara_arcigayCANALE NAVILE: EX AREA PORTUALE…
Dalla metà del XVI secolo questa area era occupata dal porto cittadino, progettato da Iacopo Barozzi detto il Vignola. Qui iniziava il canale Navile che, alimentato dal Cavaticcio, consentiva di navigare fino a Ferrara e Venezia. L’area portuale era dotata di diverse infrastrutture, fra le quali la settecentesca Salara, ancora visibile sulla destra, utilizzata per il deposito del sale. Con l’abbandono dei trasporti via acqua il complesso portuale venne completamente disattivato fra il 1934 e il 1935.

15-Turbina-della-centrale-idroelettrica-del-CavaticcioCENTRALE IDROELETTRICA DEL CAVATICCIO (18 METRI, DI SPETTACOLO, NEL SOTTOSUOLO)…
Nel 1994 viene costruita nel cuore di Bologna una centrale idroelettrica, sfruttando il salto naturale di circa 1806 metri che il canale di Reno compie in prossimità dell’incrocio tra via Marconi e via Riva di Reno, trasformandosi nel canale Cavaticcio. L’opera è stata realizzata dal Comune di Bologna ed è attualmente di proprietà e gestita dal Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno. La potenza massima è di 1890 kW.


L’evento, che si terrà sabato, 26 giugno 2021 (con punto di ritrovo presso il Consorzio della Grada, via della Grada n. 12), partirà alle 15:30, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà alle 17. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour. 

Costo della sola visita guidata (con accoglienza + guida turistica + radio guide sanificate + INGRESSO STRAORDINARIO ALLA CENTRALE IDROELETTRICA, A 18 METRI NEL SOTTOSUOLO):  25,00.
Sconto di € 2,00 per i ragazzi e per gli over 60.
Consigliate, scarpe comode.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni di esclusività del tour, con ingressi a tappe, prenotati e remunerati in anticipo, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito (PayPal), oppure, bonifico bancario.

In caso di maltempo, la visita guidata si terrà ugualmente.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.

Bologna, 12 giugno 2021, ore 11: Misteri all’improvviso. La Certosa e i suoi lati oscuri. Storie inedite legate al mondo dell’esoterismo e dell’arcano…

misteri_allimprovvisoA Bologna, nessun luogo è come il cimitero monumentale, il quale raccoglie in sé una moltitudine di storie legate al mondo dell’esoterismo e dell’arcano…

Misteri all’improvviso è un percorso, all’interno della Certosa di Bologna, tra monumenti e leggende, per evocare storie fantastiche di spiriti, luci misteriose, simboli millenari e la presenza di alcune personalità bolognesi legate al mondo dell’occulto.


Schermata 2020-06-11 alle 17.46.32Nell’universo simbolico della Certosa non mancano aspetti esoterici e massonici. Basti ricordare la presenza di sfingi, ma anche lucerne, caducei e il più conosciuto simbolo dell’eternità: il serpente che divora la propria coda. La stessa storia del luogo registra, inoltre, molti episodi di fantasmi e di storie fantastiche, di morti che si rivolgono ai vivi attraverso i monumenti e i loro spiriti… 

04sgirolamonavataIl cimitero monumentale della Certosa di Bologna si trova appena fuori dal cerchio delle mura della città, vicino allo stadio Renato Dall’Ara, ai piedi del colle della Guardia dove si trova il santuario della Madonna di San Luca.

Nell’immaginario comune i cimiteri sono legati al ricordo degli affetti familiari, luoghi d’arte e memoria collettiva; ma anche al mistero della morte e della perdita, alla notte, a ciò che potrebbe esserci dopo la vita terrena. Il Cimitero della Certosa, fin dalla 75040689_2534062723297643_4783526259781009408_osua fondazione avvenuta nel 1801, fu di ispirazione per componimenti poetici e letterari. Nei ricordi di molti personaggi (noti e meno noti) che hanno lasciato traccia scritta della propria visita alla Certosa, non mancano riferimenti a storie bizzarre, leggende misteriose, pratiche inconsuete.

Il cimitero comunale fu istituito nel 1801 riutilizzando le preesistenti strutture della Certosa di San Girolamo di Casara, fondata a metà del Trecento, soppressa nel 1797 da Napoleone, e di cui è sopravvissuta la Chiesa di San Girolamo. La forte passione della nobiltà e della borghesia per la costruzione dei sepolcri familiari trasformò la Certosa in un vero e proprio “museo all’aria aperta”, tappa del grand tour italiano75233325_2533982316639017_5282704749244710912_o: la visitarono Chateaubriand, Byron, Dickens, Mommsen, Stendhal. In particolare il Chiostro Terzo (o della Cappella) è un ciclo notevole di ispirazione neoclassica e simbologia illuministica; uniche forse nel mondo sono le tombe dipinte a tempera e quelle realizzate in stucco e scagliola. Il cimitero ha subito un forte ampliamento dagli anni cinquanta in poi. Nel 2007 la sala del Pantheon, dagli anni novanta del Novecento già destinata ai riti laici, diventa una sala del Commiato per chiunque intenda usufruire di un periodo di raccoglimento prima del rito; il nuovo allestimento è ad opera dell’artista Flavio Favelli. La chiesa, non78168106_2538952756141973_4769254843665612800_o parrocchiale, è da diversi anni gestita dalla comunità dei passionisti.

Un ruolo decisivo nel fascino che distingue la Certosa di Bologna dagli altri cimiteri monumentali europei deriva dalla complessa articolazione degli spazi. Dall’originario nucleo conventuale si diramano logge, sale e porticati che ricreano scorci e ambienti che rimandano alla città dei “vivi”. Anche il porticato ad archi, presente all’entrata est del cimitero, che si congiunge (salvo una brevissima soluzione di continuità) con quello che conduce al santuario della Madonna di San Luca posta sul colle della Guardia, vuole r1zzolimagnani-3significare una continuità fra la necropoli e la città dei vivi.

I ritrovamenti della necropoli etrusca scoperta durante gli scavi archeologici per l’ampliamento del cimitero alla fine dell’Ottocento, sono ora custoditi nel Museo civico archeologico della città. La Certosa di Bologna e il cimitero monumentale rappresentano un vero e proprio museo all’aria aperta, ricco di arte e storia. Basti pensare che già alla fine dell’800 venne ritrovata proprio in questa area una necropoli etrusca. Le 420 tombe rinvenute fecero accorrere studiosi da tutta Europa e oggi sono custodite nel Museo Civico Archeologico.

75576347_2533982493305666_4290147784348139520_oFondato nel 1801, il cimitero sorge sulle strutture del convento certosino edificato a partire dal 1334 e soppresso nel 1796. La ricchezza della chiesa di san Girolamo riesce ancora oggi a farsi testimone della ricchezza perduta del convento. È ancora possibile ammirare il grande ciclo di dipinti dedicati alla vita di Cristo, realizzato dai principali pittori bolognesi della metà del XVII secolo. Il cuore del Cimitero bolognese è il Chiostro Terzo, di gusto neoclassico dove, alle iniziali tombe dipinte, si sono poi sostituite  opere in stucco e scagliola e – a partire dalla metà dell’Ottocento – in marmo e bronzo.

75380423_2533982656638983_7643738341615075328_oAll’interno si conserva un vastissimo patrimonio di pitture e sculture realizzate da quasi tutti gli artisti bolognesi attivi nel XIX e XX secolo, ma non solo, rimangono infatti molte testimonianze di artisti provenienti da lontano. Fra gli scultori di maggior rilievo segnaliamo  Giacomo De Maria, Lorenzo Bartolini, Leonardo Bistolfi, Silverio Montaguti e Giacomo Manzù, mentre tra i pittori Pelagio Pelagi e Pietro Fancelli.

Tra i personaggi illustri ospitati nel cimitero ricordiamo: il premio Nobel per la letteratura Giosuè Carducci  i pittori Giorgio Morandi e Bruno Saetti;  il cantante Lucio Dallai fondatori delle aziende Maserati, Ducati e Weber e della casa editrice Zanichelli.

Nel corso del ‘900 diversi monumenti segnano alcuni passaggi della storia nazionale: l‘Ossario dei caduti della prima guerra mondiale, quello ai caduti fascisti, il Monumento ai caduti in Russia nella seconda guerra mondiale, l’Ossario dei partigiani.


L’evento, che si terrà sabato, 12 giugno 2021 (con punto di ritrovo sotto al portico, a ridosso della chiesa di San Girolamo, ingresso da viale Gandhi), partirà alle 11, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà alle 12:30. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour. 

Costo della sola visita guidata (con accoglienza + guida turistica + radio guide sanificate):  22,00.
Sconto di € 2,00 per gli over 60.
Consigliate, scarpe comode.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro tra non congiunti.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni di esclusività del tour, con ingressi a tappe, prenotati e remunerati in anticipo, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito (PayPal), oppure, bonifico bancario.

In caso di maltempo, la visita guidata si terrà ugualmente.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.

Bologna, 12 giugno 2021, ore 19: Romanzo di una strage (anche on line). Stragi crudeli, terribili e misteriose, di una Bologna oscura…

È un capitolo della città di Bologna, oscuro. L’intensità temporale della maggior parte di questi eventi, aveva generato un diffuso allarme. Sarà una narrazione unitaria di avvenimenti che hanno sconvolto il capoluogo emiliano e l’Italia, tutta. Destato fortissime paure. Emozionato, fatto trepidare e, tuttora, riecheggiano intorno a queste vicende, solidali commozioni…

romanzo_strage_2021È arrivato il momento di spiegare fatti rimasti finora in sospeso. Gli italiani hanno assistito inermi ad attentati di ogni genere: omicidi di militanti politici, poliziotti, magistrati. E stragi crudeli, terribili, come quella alla stazione di Bologna, del 2 agosto 1980, che causò 85 morti e 200 feriti e che, nonostante la condanna definitiva dei tre autori, continua a essere avvolta nel mistero.

L’inchiesta di vari autori, esperti interpreti dei materiali delle commissioni, degli atti dei processi e dei documenti “riservatissimi”, mai resi pubblici, hanno tracciato una linea interpretativa sinora inedita, restituendo a ogni tragico evento un’ampia cornice storica e geopolitica, senza la quale sarebbe impossibile arrivare alla verità. L’inchiesta, denominata “La doppia anima” della politica italiana, permette di comprendere un viaggio “sanguinoso”, a ritroso nel tempo, che è proprio culminato nell’esplosione del 2 agosto 1980

Una città profondamente diversa da come era stata, fino a qualche anno prima. Non più la città pacioccona, accogliente, buontempona e sorridente, non più la città occupata dalla genuina goliardia che l’aveva contraddistinta fino a poco tempo prima, ma una città drammaticamente e irreversibilmente segnata dai foschi anni settanta dell’insorgente terrorismo, che qui ha dato i natali a non pochi gruppi fanatici, utopisticamente rivoluzionari…

biagiMarco Biagi, ammazzato dallo Stato
È la sera del 19 marzo 2002. Il professor Biagi sta rientrando a casa, in via Valdonica n. 14. Sta scendendo dalla bici, quando gli si avvicina uno scooter con due persone a bordo, che indossano caschi integrali. Nella piccola via, situata nel quartiere ebraico, echeggiano sei colpi di pistola. Ad assassinarlo, vigliaccamente, è stato un commando delle Nuove Brigate Rosse. Biagi era docente di diritto del lavoro alla facoltà di Economia dell’Università di Modena e consulente dell’allora ministro del Welfare, Roberto Maroni. Il suo compito era proporre una revisione ragionata delle leggi che regolano il lavoro. Biagi era uno dei massimi esperti mondiali di diritto del lavoro. Un sostenitore integerrimo di progetti concreti e innovativi che lo avevano portato a divenire famoso in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Cina e in Giappone. Il suobiagi2 brutale omicidio sconvolge la città di Bologna. Un quotidiano scrive, di quella vicenda: “Quell’uomo, che rincasa in bicicletta, quei portici, quello snodo di viuzze, quell’urbanità che è dei luoghi e delle persone. Solo chi vive a Bologna può patire fino in fondo l’offesa, la profanazione sporca e vigliacca di un piccolo ordine familiare e di decoro civile.” Marco Biagi lavorava al servizio dello Stato, ma è proprio dallo Stato che era stato abbandonato. Nonostante fosse palesemente in pericolo di vita, Biagi non aveva una scorta. Gli era stata revocata. Gliel’avevano tolta, nonostante le ripetute telefonate di minaccia che aveva ricevuto nel corso dei mesi. Biagi era nel mirino dei brigatisti e lo sapeva. Lo sapevano tutti, a Roma. Chiunque passi dal ghetto di Bologna, si ricordi del cittadino Marco Biagi e consideri quanto sangue è costato, ai bolognesi e agli italiani, conquistarsi una via di casa tranquilla, da pedalare in pace, sotto un portico dove i rastrellamenti e gli spari sono solo la bestemmia degli impotenti.”

strage3Strage del 2 agosto 1980
La transizione tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso a Bologna è stata traumatica: in città era ancora vivo il ricordo dell’occupazione da parte dei mezzi blindati per sedare la rivolta studentesca del 1977, che per tre anni più tardi un vigliacco attentato dinamitardo sconvolse per sempre la città.
Alle ore 10:25, del 2 agosto 1980, nella sala d’attesa di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna esplode un ordigno composto di ventritré chilogrammi di esplosivo a base di tritolo, t4 e nitroglicerina.strage4 Un dispositivo a orologeria, come verrà dimostrato, contenuto in una valigetta posta su un tavolino portabagagli, sotto il muro portante dell’ala ovest. La deflagrazione ebbe una potenza tale che rovesciò il treno che si trovava in sosta sul primo binario, provocò il crollo di un’ala dell’edificio, distrusse trenta metri di pensilina e spazzò via il parcheggio dei taxi. È l’attentato terroristico più grave della storia italiana: ottantacinque i morti, duecento, i feriti. Tutti, in città, si adoperano per contribuire a organizzare i soccorsi e aiutare a recuperare i corpi dai detriti. Ma, non c’erano abbastanza ambulanze per il trasporto dei feriti negli ospedali, così vennero impiegati anche taxi, auto private e autobus, in particolare quelli della linea 37, che divenne così uno dei simboli della strage. Il governo negò la matrice terroristica del massacro. Erano settimane, invece, che circolavano voci su un imminente attacco legato al terrorismo nero. Dal giorno successivo alla strage, le indagini della Procura strage5della Repubblica di Bologna, partirono con tempestività e decisione. Presto, iniziò il processo, che terminò otto anni più tardi, con la condanna per l’esecuzione materiale dell’attentato per tre persone. Gli accusati si sono sempre proclamati innocenti. Vengono condannati per depistaggio l’ex Gran Maestro della P2, Licio Gelli e l’ex agente del sismi Francesco Pazienza e gli ufficiali, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Ma, i mandanti e il movente dell’attentato rimangono oscuri. Qualcuno, ha azzardato l’ipotesi di un collegamento tra la strage del DC9 di Ustica e quella di Bologna. Spunta, ripetutamente, l’ombra dei servizi segreti, stranieri. Ma, i dossier sono protetti dal segreto di Stato, che la proposta di legge di iniziativa popolare da parte dell’Associazione delle vittime della strage alla stazione di Bologna per “L’abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo”, non viene mai discussa in Parlamento, nonostante le centomila firme, raccolte.

italicusStrage dell’Italicus
Attorno all’una del mattino, del 4 agosto 1974, all’uscita della “Galleria degli Appennini”, nei pressi della stazione di San Benedetto Val di Sambro, un ordigno ad alto potenziale, esplose nella quinta vettura del treno Espresso 1486 “Italicus”, diretto a Monaco di Baviera. All’esplosione, seguì un incendio di vaste proporzioni. L’attentato, che determinò la morte di dodici viaggiatori e il ferimento di moltissimi altri, fu rivendicato con un volantino nel quale si leggeva: “Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Seppelliremo la democrazia sotto a una montagna di morti.” I processiitalicus2 instauratisi a seguito della strage, sono stati caratterizzati da esiti diversi. Gli imputati, appartenenti a gruppi dell’estremismo di destra aretino, furono dapprima assolti per insufficienza di prove, poi, condannati in grado di appello e, infine, definitivamente assolti nel 1993. Secondo il superteste Aurelio Fianchini, la bomba era stata messa sul treno dal gruppo del neofascista aretino, Mario Tuti, per ordine del Fronte rivoluzionario e di ordine nero. La carrozza numero cinque dell’Italicus, quella dilaniata dalla bomba, rimarrà per alcuni anni nella stazioncina di San Benedetto, poi sarà fusa come residuo ferroso, tranne un pezzo utilizzato dal ferroviere e scultore, Walter Veronesi, per la fabbricazione del monumento a ricordo della strage.

ustica1La strage di Ustica
La strage di Ustica deve il suo nome a un errore. Un refuso delle agenzie di stampa che, la sera del 27 giugno 1980, battono la notizia della scomparsa del DC9, avvenuta alle 20:59. In realtà, l’aeroplano, partito da Bologna con direzione Palermo, si è inabissato al largo dell’Isola di Ponza. La tragedia trova subito un colpevole, secondo un copione tipicamente italiano. Le autorità, infatti, accreditano in fretta la tesi di un cedimento strutturale, causato dall’inadeguata manutenzione. L’eccessiva salsedine, dovuta ai trasporti pregressi di sardine, avrebbe determinato una corrosione delle strutture portanti, sino a provocarne il cedimento.
Purtroppo, la ricostruzione dei fatti si dimostra molto più complessa. La distruzione del velivolo è avvenuta in modo così rapido da aver impedito persino l’attivazione del sistema di erogazione dell’ossigeno. Una dinamica incompatibile con un collasso determinato da guasti tecnici. Anche la tesi di un ordigno detonato nel vano dellaustica2 toilette, a lungo sostenuta da periti autorevoli, non troverà riscontro. Le parti del velivolo recuperate nei fondali, non recano traccia di esplosioni interne. Le ipotesi residue, in realtà, non sembrano molte e la soluzione del giallo di Ustica non è impossibile. Con ogni probabilità, l’inabissamento dell’aereo è dovuto a cause esterne. Ma, uno scenario di guerra aerea, nel quale il DC9 sarebbe entrato per caso, non può essere rivelato all’opinione pubblica. L’ammissione di un’operazione militare nel Mediterraneo può scatenare una crisi internazionale dalle conseguenze imprevedibili. In ogni caso, sarà sufficiente esaminare i tracciati radar per dedurre la presenza di altri aerei nelle il-27-giugno-2017-sono-37-anni-dalla-strage-di-ustica-e-ancora-non-e-stata-fatta-giustizia_1407897vicinanze del DC9. A destra dell’aereo dell’Itavia, viaggia in parallelo un oggetto non identificato. Un velivolo militare che, all’improvviso, svolta a sinistra, proprio in direzione del DC9. Ma, perché un aereo militare decide di attaccare un volo di linea su cui viaggiano innocui passeggeri? E com’è possibile che, nei cieli italiani possa svilupparsi un’azione di guerra, senza che le nostre autorità si accorgano di nulla? L’istruttoria della magistratura romana consentirà una ricostruzione solo parziale dell’accaduto, complici anche i numerosi tentativi d’inquinamento delle prove.

dams_carlinoI delitti del DAMS
Titola “Il Resto del Carlino”, il 6 dicembre 1983: “Non esiste il giallo del DAMS.” All’interno dell’articolo, viene citata la testimonianza di uno studente: “Sembra di assistere a un serial televisivo. Noi non siamo impressionati. Studiamo le tecniche della comunicazione e i titoli non ci fanno effetto. Ma, in famiglia sono preoccupati e qualche nostro amico non ha potuto iscriversi quest’anno, perché i familiari pensavano che il DAMS fosse davvero un ambiente frequentato da assassini.” Ma, cos’è successo, tanto da giustificare una tale psicosi?
Fondato nel 1970 da Umberto Eco, il DAMS è un corso di laurea della facoltà di Lettere, orientato alle “discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo”. Non ha una sede unica e le lezioni si svolgono presso diversi istituti e dipartimenti. Fin dalla sua nascita, il DAMS è stato nell’occhio del ciclone perché anomalo rispetto agli altri corsi di laurea, indicato, addirittura, come una sorta di “università per fricchettoni”. L’attenzione della cronaca nera sidams catalizza quando la mattina del 31 dicembre 1982 viene ritrovato, in Val di Zena, dalle parti di Farneto, il corpo senza vita di Angelo Fabbri, uno degli studenti del corso di Semiotica di Umberto Eco. Sul corpo sono presenti numerose ferite di arma da taglio. Nessun segno di colluttazione. Questo, fa pensare a un delitto premeditato. Il 15 giugno 1983, il corpo senza vita di Francesca Alinovi, assistente universitaria di ruolo al DAMS, viene trovato nella sua abitazione, in via del Riccio. La ragazza è stata assassinata con quarantasette, piccole, pugnalate. Passa un mese e, quella che sembra una maledizione, torna a far sentire la sua presenza: nel mese di luglio, la studentessa del DAMS, Liviana Rossi, viene uccisa in Calabria, mentre lavorava come stagionale. La sera del 29 novembre, un nuovo macabro ritrovamento: un guardiacaccia trova una borsetta da donna, nei pressi della grotta di Croara e, con un amico, si inoltra nella cava. Viene, così, scoperto il cadavere di una ragazza, nuda dalla vita in giù. Si tratta di Leonarda Polvani, ex studentessa del DAMS e residente a Casalecchio di Reno.
La stampa dell’epoca si gettò a capofitto nella vicenda, collegandola, immediatamente, alla serie di omicidi definiti “I delitti del DAMS” e ipotizzando l’esistenza di un serial killer.

essecaffeIl rapimento di Francesco Segafredo
Il giovane Francesco Segafredo, 23 anni, noto in città come il “Re del caffè”, sta tornando a casa in via dei Colli, zona signorile e dopo il tramonto, poco frequentata. È al volante della sua auto, ha giù premuto il pulsante del congegno elettronico di apertura del cancello e ne sta osservando i battenti che, lentamente, si stanno aprendo. Improvvisamente, sbuca dal buio un individuo col volto incappucciato, spalanca la portiera e lo afferra per trascinarlo fuori. Francesco reagisce, resiste, ma l’altro fa forza, riesce a fargli tirare fuori piedi e gambe. In quel momento, sopraggiungono altri due malviventi, uno palesemente armato, che lo estraggono violentemente dall’abitacolo, cagionandogli anchesegafredologo una ferita e parecchie escoriazioni e lo immobilizzano. Iniziano le 100 ore di rapimento, che scioccheranno talmente tanto la famiglia, da cedere la sua amministrazione all’attuale proprietario, mister Zanetti. Parleremo della vicenda, proprio di fronte alla prima torrefazione di caffé Segafredo, sita in via Galliera, oggi store Essse Caffé.


L’evento, che si terrà sabato, 12 giugno 2021 (con punto di ritrovo in piazza Galvani, sotto la statua dello scienziato), partirà alle ore 19, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà alle ore 20:30. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour. 

Costo della visita guidata (con accoglienza + guida turistica + radio guide sanificate): € 22,00, in presenza; € 11,00, on line.
Consigliate, scarpe comode.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni logistiche e amministrative, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito (PayPal), oppure, bonifico bancario.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.


Buon divertimento con le visite guidate di “I love Emilia Romagna”…

Bologna, 5 giugno 2021, ore 11: I misteri occulti di Santo Stefano. Leggende, misteri e segreti sconosciuti del complesso delle Sette Chiese…

I misteri occulti di Santo Stefano: leggende, misteri e segreti sconosciuti del complesso delle Sette Chiese. Un’estasi di meraviglia e di curiosità, che solo tanta bellezza arcana sa sprigionare…

santo_stefano_diurnaDove anticamente sorgeva il Tempio di Iside, si trova ora il complesso di Santo Stefano e, sebbene il termine “complesso” possa sembrare più adatto ad una costruzione recentissima, non ne esiste uno migliore per indicare un insieme di diverse chiese, cappelle, chiostro e monastero, nessuno dei quali, però, è intitolato a Stefano, il primo martire cristiano…

Dell’antico tempio isiaco, si conservano diverse colonne in marmo e una colonna nera che è chiamata della Flagellazione e che, invece, era senz’altro collegata al culto di Iside, dato che il nero è l’elemento cromatico specifico della dea che, nei primissimi secoli dopo Cristo, aveva un culto diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo. Il complesso di Santo Stefano è un luogo misterioso, intriso di 1500 anni di storia, nonché, un concentrato di misteri, leggende e tradizioni bolognesi. È un luogo di ritrovo della società dei Lombardi, eredi dei Templari, inoltre, un luogo di meditazione e studio da parte di Dante Alighieri, durante la sua permanenza nel capoluogo emiliano. Sede della comunità benedettina di Bologna. Luogo dell’antico tempo di Iside. Contiene, infine, uno dei presepi più antichi al mondo.

bologna-piazza-santo-stefano-tramonto-foto-peterzulDocumentato fin dal X secolo, il complesso di Santo Stefano è uno dei luoghi cristiani più antichi della città, e anche per questo vibra di un alone di suggestione, mistico fascino che me fa una meta irrinunciabile per tutti i visitatori. Tuttavia, bisogna chiarire che la struttura così come ora appare è il prodotto di consistenti e non sempre felici lavori di restauro e di risistemazione compiuti tra Otto e Novecento, che non si sono basati tanto su ricostruzioni storicamente precise, quanto piuttosto di supposizioni.


s-stefano-boFin dal IX secolo si diffuse in gran parte d’Europa l’usanza di costruire chiese che imitassero l’Anastasis di Gerusalemme. Un pellegrinaggio in Terra Santa era cosa costosa e rischiosa, che ben pochi potevano o volevano affrontare. Si pensò, allora, di ricreare i luoghi santi nella propria terra; ecco dunque che sorse in Bologna la chiesa del Santo Sepolcro, la Sancta Jerusalem bononiensis.

Essa presenta, in chiarissima analogia con il Tempio di Salomone, una pianta ottagonale e dodici colonne che sorreggono la volta.
Le tre chiese più importanti sono quasi allineate: da destra a sinistra, si trovano la chiesa del Crocifisso, la chiesa del Santo Sepolcro (che si elevaSanto sul sito del Tempio di Iside), la chiesa dei Santi Vitale e Agricola.
Nel presbiterio che si trova al termine della chiesa del Crocifisso, affissa alla parete di sinistra, si noti una lapide del II secolo con la dedica a Iside: Dominae Isidi Victrici, alla dea iside vincitrice. La lapide venne rinvenuta durante uno scavo nel 1299, in essa vi si legge che il liberto Aniceto, esecutore testamentario, innalzò il tempio a Iside per esaudire il desiderio di Marco Calpurnio Tirone e della sua libertà Sestilia Omulla.

La chiesa del Santo Sepolcro o del Calvario, ha pianta ottagona irregolare: il suo interno è scandito da dodici colonne, sette delle quali sono doppie, formate cioé da una coppia di colonne più sottili, una delle quali è in laterizio, l’altra in marmo; con ogni probabilità, sono queste le colonne originali del Tempio di Iside.
22705538328_3ddb687e48_bDa notare che la serie delle colonne doppie individua l’asse nord-sud, ovvero la prima e l’ultima delle doppie colonne indicano rispettivamente il nord e il sud; ciò è un’altra rievocazione del Tempio di Salomone, i cui lati sono orientati verso i punti cardinali.
Al centro, dentro un altare con pulpito, si trova la tomba di San Petronio, celeberrimo patrono di Bologna.
Dietro alla chiesa, si apre il Cortile di Pilato, così chiamato per analogia con i luoghi santi della passione di Cristo e risalente all’undicesimo o dodicesimo secolo.

La chiesa della Trinità, attigua al cortile predetto, è stata completamente ristrutturata tra il 1910 e il 1923; sorge probabilmente 20151009-145148-largejpgsull’antico “martyrium”, cioé il cimitero cristiano, che accoglieva i primi “martiri” della fede, risalente al quinto o addirittura, al quarto secolo d.C.

In questo stesso edificio si trova, un po’ isolata dalle altre, una colonna che simboleggia il momento della fustigazione di Cristo, portata probabilmente dalle terre mediorientali.

All’interno della chiesa dei Santi Vitale e Agricola, protagonista di uno degli episodi più scandalosi della chiesa bolognese. Nel 1141 vennero infatti ritrovate, durante i restauri, delle reliquie chiuse in un cofanetto di legno recante il nome greco Simon. Inizialmente considerate di poco peso, queste reliquie Sancta_Jerusalem_di_Bologna._Prima_Chiesa,_SS._Trinità_sul_Cortile_di_Pilato._-_panoramiovennero rivalutate alla fine del XIV secolo quando le Sette Chiese stavano perdendo fama a favore della nascente Basilica di San Petronio. I monaci allora, desiderosi di avere un continuo flusso di pellegrini, cominciarono a raccontare che le reliquie trovate erano appartenenti a Simon Pietro, ovvero il padre della chiesa.
Le dicerie arrivarono fino a Roma e il Papa impose ai monaci di smentire questa versione dei fatti ricevendo però un netto rifiuto. Per tutta risposta il Papa decise di far scoperchiare la chiesa dei Santi Vitale e Agricola e di farla riempire di terra fino all’altezza delle bifore. La chiesa rimase in queste condizioni fino alla fine del ‘400 quando venne svuotata, riconsacrata e restaurata.

Una leggenda racconta infine che Dante, studente di diritto a Bologna, abbia tratto ispirazione per alcune delle terribili pene del suo 2012-11-ipad-486-0famosissimo inferno dai capitelli zoomorfi ed antropomorfi che decorano il lato del Chiostro Superiore sotto al campanile.

Bologna fu la sede templare più importante d’Italia, a capo della “provincia” del nord Italia. La storia templare della città fu però colpita da una feroce “damnatio memoriae” e per secoli si cercò di cancellarne tutte le tracce ed anche di rimuoverne il ricordo dalla storia. L’organizzazione del Tempio in Italia si basava su due province: una al nord, detta provincia di Lombardia, che comprendeva anche la Sardegna e faceva capo a Bologna, e una al sud, detta provincia di Apulia che faceva capo alla commenda di Monte Sant’Angelo. Roma non era soggetta a tali suddivisioni territoriali. I Templari arrivarono a Bologna nel 1161 e stabilirono la loro sede in strada Maggiore, tra vicolo Malgrado a via Torleone. L’entrata principale corrispondeva a quello che è oggi Palazzo Scaroli, in strada Maggiore n.80, vicino al monastero di Santa Caterina. Il Tempio a Bologna possedeva, fuori città, la più bella Commanderia del Nord Italia, il Cenobio di San Vittore, sui colli bolognesi. Il termine moderno ‘Commendatore’ deriva dal titolo del capo della Commanderia. Il termine era in uso sia tra i Templari che tra gli Ospitalieri.
Il Tempio possedeva inoltre 4 chiese nel centro di Bologna, di cui 3 in Strada Maggiore, molti terreni e vari palazzi. Appena a ridosso del centro città, era stata costruita, quasi mille anni prima, una Gerusalemme in miniatura, ancora oggi nota con questo nome, intorno al complesso di Santo Stefano, che non era di proprietà templare ma che i Templari rivitalizzarono con i loro rapporti con la Terrasanta.

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Curiosità

Nella cripta di San Giovanni Battista c’era (e c’è ancora) una colonna che venne portata dal vescovo Petronio di ritorno dalla Terra Santa e che documenta l’altezza di Gesù Cristo (circa un metro e settanta). Nella stessa chiesa una pietà in cartapesta ricorda le quaresime del ‘700, quando le beghine facevano il giro delle taverne sequestrando i mazzi di carte da gioco, che portavano poi a macerare per riprodurle in immagini sacre a remissione dei peccati commessi da mariti e figli. Sulla facciata della chiesa del Santo Sepolcro resta il segno di un’altra leggenda: una pietra nera così lucida che le donne vi si specchiavano. Indignato per tanta vanità un santo eremita fece un incantesimo e da quel giorno le donne non videro più i loro volti ma i loro peccati. Il vescovo proibì allora a tutti ad avvicinarsi alla pietra, e prodigiosamente la pietra diventò così opaca da non riflettere più nulla. Il Santo Sepolcro era la tomba scavata nella roccia dove venne deposto il corpo di Gesù Cristo. Il sepolcro originario, quello di Giuseppe di Arimatea, venne distrutto nell’anno 135 quando l’imperatore Adriano fece radere al suolo Gerusalemme a seguito della rivolta del 132. L’operazione venne eseguita dalla XXII Legione, che in seguito venne spostata sul limes e ampliò il piccolo avamposto di Mogontiacum, l’attuale Magonza. Fu l’imperatore Costantino I che a seguito del concilio di Nicea del 325 ordinò l’edificazione di una chiesa nei luoghi della passione di Gesù Cristo. La pietra in cui fu scavato il Santo Sepolcro venne chiusa da un piccolo edificio: l’edicola dell’Anastasis, chiesa consacrata nel 335.


L’evento, che si terrà sabato, 5 giugno 2021 (con punto di ritrovo in via Santo Stefano n. 24, davanti alla basilica di Santo Stefano), partirà alle ore 11, con guida turistica certificata dalla Regione Emilia Romagna e si concluderà alle ore 12:30. Auricolari forniti dallo staff, per un eccellente ascolto del tour. 

Costo della visita guidata (con accoglienza + guida turistica + radio guide sanificate):  22,00.
Consigliate, scarpe comode.

IL TOUR È A NUMERO CHIUSO.

I partecipanti saranno obbligati a partecipare muniti di apposita mascherina.
Raccomandiamo il rispetto della distanza sociale di 1 metro.

Per partecipare alla visita guidata, è obbligatorio prenotarsi, spedendo un SMS/Whatsapp, al numero +39 3897995877, oppure, mandando un messaggio alla pagina di Facebook “I love Emilia Romagna” (indicate il nome e cognome di ogni partecipante, numero di telefono e almeno un indirizzo email).

La quota di partecipazione, per questioni logistiche e amministrative, sarà da saldare in anticipo, tramite carta di credito (PayPal), oppure, bonifico bancario.

Durante l’evento, verranno scattate fotografie, che successivamente, saranno pubblicate sulla pagina di Facebook.


Buon divertimento con le visite guidate di “I love Emilia Romagna”…