Bologna, il Mercato delle Erbe fa gola: 100mila euro per una bottega

Avere un posto al Mercato delle Erbe costa dai mille ai 10mila euro al mese, «il 15% in più rispetto all’anno scorso», spiega il presidente del Consorzio Mino Nigro. Liquidità che servirà sia per i nuovi lavori di ristrutturazione, che per ripianare il rosso accumulato negli anni di crisi. Ma anche attorno la musica non cambia. Negli ultimi mesi, diverse botteghe della via degli spritz hanno ricevuto ricche offerte di buonuscite purché diano la disdetta e lascino il posto a nuovi bar e ristoranti. Soldi in cambio dell’impegno ad andarsene di corsa, in fretta, su due piedi, prima che passi la sbornia del food.

Al calzolaio, Antonello Palladino, per traslocare l’attività che fu di suo padre, e che la famiglia porta avanti dal 1991, hanno offerto 60mila euro. «Sono andato dal mio commercialista — racconta — ma mi ha consigliato di aspettare». È finita che ha ceduto ad un’offerta ancora più accattivante, da parte di una nota catena di ristorazione che inaugurerà al civico 7/A nelle prossime settimane: niente soldi, ma una bottega nuova di zecca, a un canone più basso. «Alla fine mi sono spostato di pochi metri — sorride Palladino dal suo nuovo negozio di via San Gervasio — pur di avere quegli spazi in via Belvedere la proprietà ha acquistato questo locale e io ho accettato di spostarmi, a patto che mi abbassassero l’affitto: prima pagavo 1200 al mese, ora ne pago mille, riscaldamento incluso. La verità è che ormai in via Belvedere uno spillo vale oro». Il cibo ha sbaragliato ogni concorrenza, basta fare il giro dei superstiti per accorgersene.

Come Marco Lorusso, il titolare di Archimente, che vende targhe e timbri: «Io qui sono in affitto — spiega — ma mi hanno offerto fino a 100mila euro per subentrare: finora ho sempre detto di no». Sina Rezarta, la nuova titolare del Grandangolo Bistrot invece ha aperto a luglio, affittando sia i locali che la licenza. «Chi possiede i muri — spiega — ha comprato il negozio che era di un antiquario, l’ha tenuto qualche mese, poi sono subentrata io. Pago un affitto piuttosto alto, ma questa zona sta diventando rinomata». Ha rifiutato offerte di nuovi ristoratori anche la merciaia, Linda Zanotti («lo hanno chiesto un pomeriggio a mio marito, me l’ha raccontato»). La cesteria invece era pure interessata, ma solo alla vendita. «Ci hanno chiesto di affittare il negozio per farci un ristorante — ammettono la titolare Ornella Condemi e il marito — ma noi avremmo accettato solo di venderlo: abbiamo chiesto 150mila euro, per 52 metri quadri, ma non ci hanno più fatto sapere niente. Anche se bisogna dire che nel 1986 di ceste di Natale ne vendevamo 1400 e l’anno scorso ne abbiamo vendute 98. Bisogna fare attenzione a questa bolla immobiliare».

Una situazione che preoccupa l’assessore all’economia Matteo Lepore. «Nel nostro mandato abbiamo posto il tema con chiarezza — spiega — il centro storico sta cambiando pelle, lo si vede dalla crescita del turismo e delle attività gastronomiche. Questo va bene, ma noi come amministrazione dobbiamo prendere delle contromisure per difendere l’autenticità e il profilo storico della città». Evitare cioè che Bologna si trasformi in una enorme apericena. Ma come? «Prima delle liberalizzazioni si sarebbe fatto un piano del commercio, avremmo regolamentato tutto in maniera sovietica, ora che non è più possibile dobbiamo fare politiche pro-attive. Stiamo lavorando per aprire un’agenzia per lo sviluppo dell’economia di prossimità, insieme al Caab, per rilanciare specifiche zone della città, con city manager che vadano distretto per distretto ad incontrare i negozianti. Per finanziarla, credo che bisognerebbe impiegare parte dei proventi della tassa di soggiorno. Servirà per accendere nuove zone, creare posti di lavoro, evitare un centro storico a vocazione soltanto alimentare». Via Belvedere «era pericolosa cinque anni fa e ora si è popolata, c’è stato un effetto benefico, ma ora ci sono problemi di movida. È necessario un mix più equilibrato di attività commerciali. Ddobbiamo salvaguardare gli ultimi artigiani rimasti».